Dammi cento giorni e fa che sia come
viverne uno
o due giorni lunghi una vita, scegli tu
perché esistono albe color pece
e non sono più capace di versare
lacrime
senza che in me viva anche una
compiaciuta speranza
io chi inganno
il mio cuore che impermeabile ai
pianti
si sfalda come un terreno nel deserto
o il mio ragionare, guidato da un furbo
capitano
che patisce in silenzio
caro è il tempo
ti ho odiato perché non mi facevi
scordar nulla
me ne stavo li, dormiente, in un
giaciglio di ragni
una prateria di ricordi, ma un solo
piccolo scorcio di stelle
t'ho anche amato, sì, perché mi
concedevi di ricordare
quando mi serviva una strofa per dare
un senso al presente
quando temevo che un volto si sarebbe
offuscato fino a diventare il peggiore dei mostri
il nulla, una lingua d'acqua
quando tremavo al pensiero che
l'ingenuità sarebbe annegata da sola
chiamando in aiuto chi ero stata, e io
immobile non avrei risposto
come in quegli incubi in cui sei fermo
e non puoi correre
hai paura e d'un tratto non hai più
voce
invece nulla cambia
se tessi costantemente un filo tra i
tuoi passi
se hai due occhi dentro te, che contan
tanto quelli in volto
un senso di te, che ha origine
nell'infanzia e trasforma la tua ambiguità in completezza
e una trepidazione immensa nel gioco
del nascondino
e ad una decade segue un'altra
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